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L’aura analogicodigitale
L’aura analogicodigitale contiene in sé tutta la fatica critica dei miei anni di studio. Nasce dal voler tirare una linea e fare la somma di tutto quello che ho capito sull’arte e i suoi Sistemi, sui media e le sue percezioni, sull’estetica e le sue analisi fosche , sulle nuove tecnologie, cardine del nostro stile di vita contemporaneo, fin troppo spesso santificate, fin troppo spesso demonizzate. Questa addizione di elementi si è nutrita sempre di più in una sorta di soglia del reale in cui tutto è possibile eppure niente è fattibile. Il risultato è stato un saggio critico fondato sull’aura, “l’apparizione unica di una lontananza, per quanto questa possa essere vicina” come la definiva Walter Benjamin, un po’, per l’appunto, la definizione di arte stessa, se sottraiamo quelle simulazioni accademiche che tante volte ci siamo trovati a sorbirci e che incoscientemente abbiamo iniziato a credere, salvo poi svegliarci dal torpore.
L’aura analogicodigitale è un testo fondato sulla disillusione e contemporaneamente sull’amore per tutto ciò che è dirompente, stravagante, geniale, shockante. Si divide in quattro tempi, ognuno diviso, a sua volta, in tre capitoli, cercando la quadra dell’impossibile, di tempo in tempo, in una sorta di epica: il primo è dedicato al concetto di aura e alle sue trasformazioni nei secoli, nume tutelare è naturalmente Walter Benjamin, la sua analisi del passaggio dall’aura cultuale a quella d’esponibilità, tracciando una linea che attraversa la storia della percezione estetica, per arrivare all’aura digitale teorizzata da Groys, per oltrepassarla a sua volta, cercando di comprendere cos’è l’aura oggi, in uno spazio che non presenta più confini tra la sua parte analogica e la sua altrettanto importante parte digitale.
Il secondo tempo è dedicato proprio allo spazio analogicodigitale, dove ogni elemento si ibrida costantemente tra fisicità e immaterialità. L’arte, in questo contesto, si modifica ancora, ridefinendo i propri supporti, le modalità di fruizione, i suoi spazi di esistenza. Il valore dell’opera, nel flusso rizomatico digitale, diventa sempre di più proporzionale alla sua capacità di essere informazione. Il database, in tal senso, diventa la struttura portante dell’estetica contemporanea.
Nel terzo tempo ci immergiamo nelle dinamiche percettive di un’aura stravolta e contemporanea, che si basa su quello di cui si basa la realtà che ci circonda: shock visivi continui in un’ambiente saturo dominato dal perturbante. Il weird e l’eerie diventano linguaggi ricorrenti in pratiche artistiche – ma più in generale culturali – che cercano di emergere dal rumore informazionale. Pratiche artistiche facenti parte di un’arte postmoderna e digitale sulla soglie dei generi, nell’ibridazione dei media, nella crisi identitaria.
L’ultimo tempo, infine, in una sorta di passaggio per gradi dal generale al particolare, arriva a concentrarsi sulle tecnologie più recenti: realtà virtuale, realtà aumentata e intelligenza artificiale. Esse vengono trattate come veri e propri agenti culturali, capaci di modificare la nostra percezione, il nostro giudizio estetico e perfino la nostra stessa identità. Queste tecnologie non sono mai neutrali e portano con loro una nuova grammatica del percepire e dell’essere percepiti, immersi in un’aura che non è più quella benjaminiana ma che sarebbe folle pensarla scomparsa.
L’aura analogicodigitale è totalizzante, si infonde in tutto e in niente contemporaneamente, unico strumento che può permettere la sopravvivenza del Sistema dell’arte per come lo conosciamo eppure unico strumento in grado di distruggerlo. Una contraddizione assoluta, “apparizione unica di una lontananza” eppure elemento di gran lunga più concreto, il più materialista, tra gli elementi analizzabili al fine di un giudizio di valore. Elemento estremamente affascinante a cui scelsi di dedicare tutte le mie energie nel tentativo di dare senso, come fece Adorno in uno dei suoi inestimabili libri, alla domanda “Che cos’è l’arte?”.
Fabio Giagnacovo

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Ama Ndlovu explores the connections of culture, ecology, and imagination.

Her work combines ancestral knowledge with visions of the planetary future, examining how Black perspectives can transform how we see our world and what lies ahead.